“Esercizio di ricerca della fede”



“Esercizio di ricerca della fede”
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“Esercizio di ricerca della fede”, è il tema che i giornalisti accreditati alla conferenza episcopale italiana  insieme ad altri colleghi hanno condiviso  in questi giorni presso il monastero delle agostiniane dei Santi Quattro Coronati a Roma con don Domenico Pompili il responsabile dell’ufficio comunicazione della CEI. Si tratta di appuntamenti che accompagnano la riflessione e la ricerca del vero dentro ciascuno di noi. Ed entrare in dialogo con il Signore della vita è il volano della vista stessa.

Esercizio di ricerca della fede XII
(gennaio 2015)

Dopo il tempo del Natale e prima che la Quaresima introduca nella Pasqua, si vive nel tempo Ordinario. Non va sottovalutato questo lasso temporale che si richiama alla vita quotidiana e che ci riporta dentro i fondamentali dell’esistenza, che è fatta di ripetitività, impegni seriali, routine. Evitare di confrontarsi con il terribile quotidiano significa impedirsi di vivere la normalità che è fatta di cose per lo più semplici e innocue, ma che aiutano a orientarsi e a confermare le scelte di fondo sotto l’apparente monotonia che ci impedisce di sussultare, ma che in profondità plasma quel che siamo.

Marco 1, 14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”.
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Marco sembra dare grande importanza all’avvio del ministero di Gesù dalla Galilea. Ciò ha impressionato al punto che qualche esegeta ha parlato di un ‘vangelo galilaico’ quasi a voler prefigurare lo scontro che si sarebbe consumato tra il Maestro e Gerusalemme nella Giudea. Opinioni, certo. Ma, di sicuro, l’evangelista mette in rilievo la Galilea da cui dice di provenire Gesù e da cui fa partire tutto. Non a caso, le apparizioni del Risorto avverranno in Galilea e non in Giudea. E lo stesso vangelo si apre e si chiude con questo riferimento ad un territorio preciso. Cosa si nasconde dietro questo elemento geografico? Probabilmente l’intenzione di mostrare il radicamento di Gesù in un contesto marginale che costituisce la forza della sua identità. Se ripensiamo alla nostra vita ci accorgiamo col passare degli anni quanto gli inizi in termini biografici abbiano lasciato un’impronta profonda dentro di noi. È solo una conferma della logica dell’incarnazione che non disattende questo contatto così stretto con le nostre radici. E suggerisce che per affrontare il mondo bisogna aver vissuto da qualche parte, per essere cittadini globali bisogna aver messo prima radici in un luogo dove siamo riconosciuti.

Gesù inizia tutto con parole folgoranti: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”.

La parola “Regno di Dio” suona estranea alle nostre orecchie, ma conserva profonde radici nel Primo Testamento. Esprime l’attesa del popolo eletto che si andrà a precisare nel corso della storia, nonostante tanti tentativi di riempirla con altre speranze umane. L’annuncio di Gesù sembra concentrare il Regno non più in un futuro indefinito e sempre di là da venire, ma nel presente, cioè nell’oggi. In questo senso il Regno “è vicino”. È adesso! Si identifica con lui stesso. Per questo l’annuncio ha un carattere di urgenza e insieme è universale. Non ammette tergiversazioni, continui rinvii, ma chiede un’adesione immediata. Ed è per tutti e non solo per alcuni, anzi sembra privilegiare coloro che sono più lontani, meno adeguati, più distratti: i poveri, i peccatori, gli ultimi.

L’altra parola è “convertirsi”. La conversione nasce come risposta a un evento, suppone cioè la fede e non è solo l’effetto di uno sforzo personale. Se in Gesù è apparsa la grazia di Dio allora devo farmi orientare daccapo da questa certezza. È un cambiamento, dunque, che descrive un passaggio dal nostro modo abituale di vedere le cose ad un’altra prospettiva. L’accento non è posto tanto sul mutamento delle nostre qualità o delle azioni di un uomo, ma su quello del suo orientamento globale, del suo rapporto con Dio. Certo tutto questo cambia lentamente anche il nostro mondo interiore e il nostro agire esteriore, ma quel che va compreso è anzitutto questo ri-orientamento. A uno che corre nella direzione sbagliata non basta dire che deve farlo con ancora maggior impegno, se prima non ha capito di star camminando nella direzione sbagliata. Dove sto andando? Quale è la direzione di marcia della mia vita?

La “sequela” è la terza parola di questo brano. Non tanto una parola, ma un racconto vero e proprio, perfino meticoloso nella rievocazione della sua modalità, perché si tratta di un momento che ha invertito la vicenda di alcune persone concrete: Simone e suo fratello Andrea, e poi Giacomo e suo fratello Giovanni, entrambi figli di Zebedeo.
Ciò che colpisce è che l’iniziativa sia di Gesù e non dei futuri discepoli. L’esistenza cristiana non è tanto una decisione quanto una risposta. Al tempo di Gesù erano i discepoli che si sceglievano il rabbi di riferimento. Esistevano non pochi gruppi (come gli esseni) che si radunavano e si separavano dal mondo per attendere il Messia ed essere così pronti all’incontro. Qui invece è Gesù che se li va a cercare. E proprio mentre sono nel lavoro di ogni giorno. Sulla riva di un lago e non nel chiuso del tempio.
L’appello di Gesù esige un distacco radicale. Ma non si tratta di lasciare tanto il lavoro quanto le ricchezze, cioè abbandonare la strada del dominio e del potere e lasciarsi ispirare dalla nuova logica delle beatitudini. A dirla tutta, l’invito perentorio del Maestro più che a lasciare è a seguire. Questa almeno è la vera ragione. Per seguirlo bisogna lasciare indietro quel che è stato. Ma ecco il punto: seguire significa mettersi sulla strada imprevedibile del Maestro. Altro è “imparare”, cioè apprendere le nozioni necessarie a vivere bene.
Tra ‘seguire’ e ‘imparare’ sta la vera differenza da riscoprire. Capiamo meglio la cosa se ci rifacciamo alla differenza tra Gesù e i rabbini del suo tempo. Per la sequela di Gesù il fatto importante è stargli dietro. Il fatto essenziale è la sua persona: unicamente lui dà forma e contenuto alla relazione con i discepoli. Nel discepolato dei rabbini, invece, è la dottrina che sta in primo piano: il discepolo si unisce al rabbi perché vuole impossessarsi della sua scienza e attraverso la vita in comune apprenderne i rudimenti.

La sequela ci porta così al centro della fede cristiana e ci invita ad una verifica. Si può essere uomini religiosi, ma senza credere in Dio cioè senza affidarsi veramente a Lui. Si crede quando la relazione con Dio nella persona di Gesù viene prima di ogni considerazione dottrinale o morale. La conversione mistica, più che quella morale e intellettuale, è un aprirsi all’incontro con Cristo, al punto da sperimentarne la confidenza. La confidenza è forse il segno più convincente di una matura scelta di fede.


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